I miei Natale di bimba

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Ciò che ricordo dei miei Natale da bambina è il giorno che mio padre portava su dalla cantina il vecchio baule del Presepe e il pino.

Mamma iniziava a modellare le montagne; c’era sempre qualche luce che non funzionava e babbo che correva dall’elettricista. L’albero era nell’entrata, mia madre ci permetteva di addobbarlo insieme a lei: appendevamo anche le monete di cioccolato promettendo che non le avremmo toccate fino al 25. La golosità avrebbe avuto il sopravvento nelle sere successive, quando i miei genitori uscivano e noi restavamo in casa con nonna Lina che fingeva di non notare quando ci alzavamo dal letto. La mattina dopo mamma avrebbe detto quest’albero è sempre più spoglio!

Ricordo quei giorni in cui noi bambini sceglievamo i giocattoli che non usavamo più tanto, li impacchettavamo e con babbo li portavamo a dei bambini che abitavano vicino a noi, che erano più poveri e non ne avevamo tanti. Con quei bambini siamo cresciuti insieme e siamo diventati amici: noi non vedevamo alcuna differenza fra noi e loro. Restavamo sbigottiti a sentire la loro mamma piangere mentre raccontava a mio padre tante cose brutte e lui cercava di infonderle la fiducia che con il nuovo anno tutto sarebbe andato meglio; le raccomandava di sorridere perché aveva dei bambini bellissimi che crescevano e stavano bene.

Io capivo che ero fortunata: nella mia famiglia tutto andava bene; ma cresceva in me quella paura – che mi sarebbe rimasta tutta la vita – che bastasse così poco per perdere tutto.

Ricordo quelle sere in cui restavo in silenzio davanti a quelle lucine intermittenti: erano i momenti in cui maggiormente mi sentivo “a casa” e non so come mai c’era in me già un senso di nostalgia, come se inconsciamente già sapessi che tutto ciò sarebbe finito un giorno.

Ricordo la mattina del giorno di Natale: in cucina tavolo e sedie erano carichi di pacchi colorati. Io e i miei fratelli correvamo da uno all’altro per leggere il bigliettino dove c’era scritto il destinatario.

Per noi non era stato Babbo Natale, ma Gesù Bambino, a portarceli: così ci insegnavano. Capivamo che c’era l’aiuto degli adulti: mamma e babbo, nonna, padrino, zia… ma in fondo non volevamo sapere più di tanto. Ai bambini piace quel senso di magia.

Nel pomeriggio mio padre prendeva il registratore a bobina, si tirava fuori solo per occasioni davvero speciali: tutti intorno al tavolo. Iniziava babbo (il capo-famiglia) con un breve riassunto degli avvenimenti familiari più significativi dell’anno che stava terminando. Poi passava il microfono a mamma che aveva il compito di raccontare di noi figli: il nostro profitto scolastico, i progressi nello sport e nelle lezioni di pianoforte, la nostra condotta. Il turno passava a  nonna che aveva sempre qualche ricordo nostalgico per gli anni in cui c’era senz’altro meno ricchezza, ma c’era ancora mio nonno. E poi ad uno ad uno venivamo intervistati noi figli sui regali che avevamo ricevuto, se eravamo contenti, se Gesù Bambino ci aveva portato ciò che avevamo chiesto e infine gli impegni che ci prendevamo per l’anno seguente. Io ero sempre l’ultima essendo la più piccola e incassavo gli sberleffi di Sandro e Roberto.

Ero in soggezione davanti a quel microfono: babbo e mamma mi raccomandavamo di parlare più forte, io temevo di dire qualcosa di sbagliato. 
Spesso c’era anche zia suora che veniva da Genova e non voleva mai parlare al microfono: diceva che era una cosa della nostra famiglia, per sentirsi ripetere dai miei genitori che anche lei ne faceva parte. Così lei ringraziava mamma e babbo per l’ospitalità, mia nonna per tutti i piatti squisiti che preparava e il Signore per far crescere noi bambini sani e belli.
Il giorno successivo, Santo Stefano, saremmo andati in campagna, a trovare i zii e cugini.

About marialberti

Graphic designer – libero professionista.

Mamma e nonna; lavoro in città (Torino) ma vivo al ritmo degli zoccoli dei cavalli che calpestano il terreno, immersa nell’odore del legno che brucia nel camino.