Maria e Giuseppe

maria e giuseppeAvevo 20 anni. Le mie coetanee, in quei giorni, stavano programmando in quale discoteca trascorrere con gli amici la vigilia di capodanno in arrivo.
Era il 24 dicembre 1983.
Casa dei miei genitori si affaccia su un incrocio da cui inizia uno dei più conosciuti mercati rionali di Torino. In quegli anni i banchi montavano alle 6 di mattina e, la vigilia di Natale, non smontavano prima delle 19. Oggi verso le 15 iniziano tutti a ritirare.

Dalla vetrata del salotto di mia madre assistevo ad un formicolare frettoloso alla caccia dell’ultimo regalo o del chilo di arance dimenticato per il pranzo dell’indomani. Già allora mi domandavo cosa spinge uomini e donne verso questo stress prefestivo che ci porta, in regalo per tutti, incazzature e stanchezza. Verso cosa si dovrà mai correre quando il calendario segna la fatidica data? Da dove proviene questo improvviso fermento che ci spinge ad urlare contro nostro marito che non trova parcheggio, mentre noi rincorriamo il tempo per riuscire a comprargli il regalo che stasera metteremo ai piedi dell’albero?
La mia mente si distacca dal presente e vede un uomo un po’ curvo, trainare un asino con in groppa una donna. Il grande telo che l’avvolge, per ripararla dal freddo, non riesce a nascondere un ventre prominente prossimo al parto. Hanno visitato tutte le locande del posto, senza trovare un giaciglio disponibile. Camminano nella notte deserta e lui si guarda intorno alla ricerca d’un rifugio che possa accoglierli. Si fermano al muggire d’un bue che proviene da una grotta; lui cala la sua donna dall’animale e la adagia con amore su un po’ di paglia. Hanno percorso molti chilometri e sono stanchi; Maria, la donna, ha forti dolori che annunciano l’imminente parto; sono soli, in una piccola grotta riscaldata solo dal fiato di un asino e un bue… eppure sono sereni, felici!

Il formicolare incazzato all’incrocio in mezzo a lucine che si accendono e spengono…. una grotta buia e fredda, con un uomo e una donna felici. Due immagini che la mia mente alterna e per cui non riesce proprio a trovare alcuna correlazione.
Distolgo il pensiero, mi volto verso mio figlio di soli 17 mesi, incantato ai piedi dell’albero dei nonni. M’accarezzo il ventre: sono al termine del settimo mese della mia seconda gravidanza. Alzo gli occhi al cielo e mi pare di scorgere una stella che improvvisamente scende lasciando dietro di sé una scia che rischiara il cielo.
È stato in quell’attimo che ho scritto le righe che seguono… le avrei riportate su carta solo il giorno successivo.

Buon Natale!
La cometa brilla, le luci lassù si accendono, una dolce melodia invade questa notte.
Le strade sono buie e deserte, le stelle nuotano nel cielo.
Le stelle… rimango a mirarle e una strana felicità melanconica mi assale. Questa notte sono più belle. Guardale! chiudi i tuoi occhi ed esprimi un desiderio e ciò si avvererà.
Se questo sogno fosse possibile, cosa vorrei io? Il mio pensiero torna ai figli. Forse sto diventando troppo materna!
Ma tu hai solo 17 mesi e inizi ora ad esplorare il mondo, pronunci le tue prime parole; lui (o lei?) naviga ancora nel mio corpo e si prepara a nascere.
Come posso non pensare a voi? al vostro futuro, alla vostra vita?
Vorrei che la fanciullezza per voi non terminasse mai… perché non potrà più tornare. Vorrei che posando gli occhi sul mondo lo scopriste in tutta la sua bellezza, la sua grandiosità. Vorrei che nel cammino vi portaste accanto un qualcosa di oggi: l’innocenza; il candore; la voglia di vivere, crescere, conoscere, amare… Vorrei che vi sentiste sempre in pace con la vostra coscienza, che con l’andare degli anni potreste guardare indietro senza dire ” Se potessi tornare…! ” e con la voglia di proseguire.
Vorrei che la vostra vita fosse eterna, perché è così triste accettare la fine! Vorrei che captaste l’amore che provo per voi.
Chiudi gli occhi, bimbo! Sogna: è solo un attimo e volerà via.

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